CARTE SCOPERTE

di Stefano Zuccalà

( commenti, esternazioni, ingiurie, libri, perorazioni:

stefanozuccal@yahoo.it )

>> indecentemente, su myspace

Chi sono

Utente: sporcaestate
Nome: stefano zuccalà


stefano zuccalà è nato nel 1980.
ha pubblicato "quaderno in la minore" (manni, 2001, introduzione di ercole ugo d'andrea),
"nadir. profilo di uno spettro crudele" (il filo, 2004),
"d'amore e di altre sevizie" (editrice zona, 2006, con un saggio di livio romano).
è impegnato nel progetto musicale 'altroinverno'.

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carte sfogliate, strappate *loading* volte
mercoledì, 14 ottobre 2009

"Le brasiliane"

È online “Le brasiliane”, primo estratto-anticipazione dell’lp “Pianobar dalla fossa” di prossima uscita.

Musiche: Humpty Dumpty.

Testi: Stefano Zuccalà.

www.myspace.com/dumptyhumpty


postato da: sporcaestate alle ore 17:15 | | commenti
sabato, 10 ottobre 2009

Pianobar dalla fossa


È a un ottimo punto di realizzazione l’lp in italiano Pianobar dalla fossa.
Stefano Zuccalà, scostante poeta-scrittore leccese, ne ha firmato (ma anche scritto) tutti i testi.
Come da titolo, si tratta di un lavoro musicalmente confidenziale, ammorbato da truci confessioni e decadenti atmosfere da balera.
Sarà preceduto a giorni dal singolo “Le brasiliane”.

www.humptydumpty.wordpress.com

www.myspace.com/dumptyhumpty
postato da: sporcaestate alle ore 11:05 | | commenti
venerdì, 20 febbraio 2009

Per raggiungere noi




Continuamente i tuoi occhi
virano all'altrove.
Ma è un altrove vicino, prossimo
a un porto a un attracco già raggiunto che risolvo
distanziandolo perché
niente si compia.
Il lontano ci avvicina, l'incompiuto ci nutre
e manchiamo di forma per potere
insistere a scalfirci, scultori di erosioni.
Sotto il piede sinistro della statua che sono
hai inciso il tuo nome – ogni passo lo moltiplica.
Per raggiungere noi, per raggiungere niente
ti prostri nell'assurda fatica d'autore
limando con tocchi di mano sincera, lentissima
la tua idea di dolore.


postato da: sporcaestate alle ore 18:48 | | commenti (1)
giovedì, 05 febbraio 2009

LA STESSA STORIA



“Ogni domenica mattina mi ritrovo con una minchia di cose da fare. Devo accompagnare mia madre in chiesa. Non esce più da sola, dopo la morte di papà. Dice che le fanno paura gli uomini. Che solo papà poteva metterle le mani addosso, o prenderla a schiaffi. Non so che fare, è impazzita. Allora, dicevo. Devo accompagnarla in chiesa. Poi raggiungere la nostra casa in campagna per vedere come stanno le cose. Tirare via le erbacce, innaffiare i fiori sotto la veranda. Mia madre dice che anche fuori stagione, quando la casa è vuota, bisogna ugualmente tenerla su. È una fissazione. Finito il mio giro mi fumo una canna. Ma dico, ti sembra vita questa? Da quando è morto mio padre non ho un attimo di respiro.”
Filippo dice questo tutto d’un fiato.
Col viso che deflagra.
Sarebbe inutile aggiungere qualche parola di circostanza.
Le vene che gli affiorano sulla fronte sono fiumi in piena.
Non c’è argine che tenga.
Poi fortunatamente nel bar entra Zorro.
Zorro è un cinquantenne ritardato mentale che fuma solo col bocchino.
Zorro ha i capelli sempre imbrillantinati.
Il naso a becco.
Ha una radiolina con cui segue le partite di calcio, è fissato con una squadra dalla bandiera a due colori e la sua vita rimpalla tra le sponde di quei due colori.
Gli occhi di Zorro non appartengono a questo mondo, sembra che vengano fuori dal magma agitato dentro la sua testa.
Filippo osserva Zorro e allora riesce a distrarsi, ricomincia con quella sua risata forzata, esagerata.
A quel punto io guardo l’orologio, nella speranza che Giacomo arrivi al bar quanto prima.
Per lasciare Filippo piantato lì, a raccontare la stessa storia a qualcun altro, poi a qualcun altro, poi a qualcun altro.
A raccontare la stessa storia senza nemmeno aver cura di rimescolare i dettagli, per renderla più attraente.
“Ti sembra vita questa? Dimmelo, sincero. Ti sembra vita? Ma non ho perso la speranza. Continuo ad invocare la fortuna, ed incrocio le dita fino a stritolarmele.”

 

postato da: sporcaestate alle ore 18:22 | | commenti (1)
mercoledì, 07 gennaio 2009

Questa parte del mondo

 

Tieni in conto le rovine.

Ed i cuori accarezzati da una pioggia

che non dice più niente.

A quanto pare, in questa parte del mondo

si scambiano immagini e parole come pani

che non saziano da quando abbiamo fame

solo della fame.

Sembriamo non avere sostanza.

Lo sanno i romanzieri di grido.

Lo sanno i giornalisti che corteggiano

catastrofi e tragedie da leccare

in un ultimo sussulto di reale.

Tu tieni in conto le bombe, anche se lontane.

I reni da svendere, le crisi, le news finanziarie.

A quanto pare nella eco del collasso

ritroviamo qualche forma di emozione.

Fuori del privato, s’intende.

Ma un mondo allargato in percezione

non si riempie, non bastiamo mai.

postato da: sporcaestate alle ore 12:58 | | commenti (1)
giovedì, 11 dicembre 2008

Possibilità

C’è una piazza investita dal vento a raffiche.

Ci sono poche panchine.

Cappelli che corrono come coriandoli.

Giacche come vele gonfie di vita, dell’ultima spinta.

C’è una ragazza che si ferma all’angolo, indecisa se imboccare una strada o continuare diritto.

Le vetrine intanto si offrono alla sera.

La loro luce è finta, ma abbiamo bisogno di questo.

E abbiamo bisogno dei giorni che si sporgono alla fine di dicembre.

Giorni buoni per dimenticare.

Giorni buoni per battere le carte, come nomi da rimescolare.

Fingendo sia un gioco, e niente di più.

Alla fine so che qualcuno dovrà tagliare il mazzo, e qualcun altro dovrà ricomporlo.

Forse sarò io il cartaio.

Dimenticando una possibilità, ne spargerò a decine.

Sarò felice di trattenere nella mano la tensione sospesa tra la vincita e la perdita.

L’attimo in cui ogni vita, in apnea, non ha ancora intrapreso una strada e ne immagina mille.

Ma sarà un attimo, appunto.

Poi le dita scivoleranno rapide a comporre un disegno.

Tutto infine sarà compiuto.

Malgrado noi.

postato da: sporcaestate alle ore 18:33 | | commenti (2)
venerdì, 28 novembre 2008

VIOLINI

 

 

 

Le notti di Deserta, sono silenziose e immobili. Dopo mezzanotte le finestre aperte, o chiuse (in fondo è lo stesso) si affacciano su un buio che non contempla possibilità di preghiera. Un buio fermo, termine ultimo del rinculo, del contraccolpo del rumoreggiare diurno.

I temporali sono rari, qui. Sono sciabolate che non intaccano la sostanza di argilla rappresa del cuore di questo luogo. Le strade, a modo loro, resistono – chi ci vive lo sa bene, e anche il mio occhio insonne, affogato di voci azzittite, sa che esiste una sola parola, una sola parola visibile, di notte: silenzio.

L’unica eccezione significante, sono i violini. I violini delle due del mattino. I violini, i feroci colpi di archetto sul selciato, sono le auto degli ubriachi che certe volte, nelle strette piazze o dove lo spazio consente, si producono in sgommate volute e prolungate, ripetute.

Fumo una sigaretta, mi metto ad ascoltare: pochi minuti fingendomi il brivido di chi, sgasando e poi schiacciando sul freno, prova a darsi una qualche emozione, la sensazione stupida di una libertà che non avrà mai. L’idea di possedere la notte di Deserta – o la vita, è lo stesso – solo per qualche breve, maledetto istante.

Ma ciò che resta è solo puzza di bruciato.

postato da: sporcaestate alle ore 12:13 | | commenti (2)
venerdì, 21 novembre 2008

Stanotte

Rubo i colori

che non mi hanno mai avuto.

Sconto le promesse

che ho fatto e mantenuto.

Ho le linee delle mani

che si mischiano e fondono

per non dovere valutare

la durata di una vita

virata al silenzio e al terremoto.

Ho le tasche sicure

come gabbie di ricordi che battono

la testa sul ferro – sangue a secchiate per

emorragie di stronzate.

L’ho capito stanotte.

Sono uno sporco davanzale

che non crede nella pioggia

nemmeno quando scoppia il temporale.

postato da: sporcaestate alle ore 15:53 | | commenti (1)
sabato, 15 novembre 2008

VOLTARE PAGINA (4 agosto 2006)

 

 

Ragazze minorenni con la gonna bianca rimbalzano morbide sulla musica.

Il proprietario del locale, da dietro il bancone, controlla che tutto fili liscio.

Osserva i clienti seduti ai tavolini, pronto a sguinzagliare le cameriere.

Dà un’occhiata alla pista da ballo, per qualche secondo agita la testa a ritmo.

In su e in giù, come a dare l’assenso.

 

Andrea mi raccontava della sua nuova vita.

Del suo primo lavoro, dopo la laurea.

Dell’affitto da tagliarsi i polsi.

Andrea diceva: “Sono qui in vacanza. Posso permettermi di fare il coglione.”

 

Sugli scogli, a qualche decina di metri, c’è una coppia che si bacia.

Ieri è piovuto, si è aperto un nuovo capitolo.

Ma prima di voltare pagina, non ho visto il numero.

 

Una ragazza di colore, bellissima, tacchi alti, aliena, distribuisce volantini per una serata in discoteca.

Si muove tra i tavolini schivando gli sguardi assetati di un altro umido.

Non l’umido di questo caldo finto hawaiano.

 

L’altra sera.

Non qui.

Da un’altra parte.

Una tromba d’aria ha creato il panico per qualche minuto.

Ci buttava la sabbia in faccia.

Lontano continuava a tuonare.

È stato un avvenimento decisivo, ve lo assicuro.

 

Mesi fa lei mi ha scritto: “Quando tornerò, troverò tutto esattamente come prima. Sarà la solita nostra felicità.”

 

Da allora ogni tifone si porta dietro queste parole.

postato da: sporcaestate alle ore 16:51 | | commenti
venerdì, 31 ottobre 2008

L'ultima partita

 

 Da quando al bar hanno portato via il biliardo, non riusciamo più a sopportare la prima ora della serata.

Non riusciamo a star fermi.

Ma dobbiamo star fermi.

Ad aspettare che qualcuno tiri fuori un’idea buona dal cilindro.

Come un coniglio da sgozzare, perché il sangue colori di rosso il buio dei dopocena autunnali.

Alitiamo qualche parola che ci intrattenga, per non piombare in un silenzio travestito da profondità.

Fumiamo qualche sigaretta.

Restiamo ancorati.

Gli altri avventori sghignazzano divertiti tra loro, hanno un loro limite e dentro vi si installano senza imprecisioni.

Combaciano con se stessi.

Non come noi.

Tasselli di un puzzle a cui qualcuno ha sforbiciato i margini, gli incroci.

Senza il biliardo, al bar, siamo costretti ad esserci.

Negli ultimi tempi era diventato l’unico modo per restarcene in disparte.

Pur essendo lì dentro, tra quelle pareti, in realtà eravamo fuori, da qualche altra parte.

Non abbiamo nemmeno giocato l’ultima partita, coscienti che fosse l’ultima.

Ma questo succede quasi sempre.

Per tutto.

Ad esempio: quando io e Paola ci siamo dati l’ultimo appuntamento, eravamo convinti che ce ne sarebbero stati altri.

Poi qualcosa ci ha persi per sempre.

Al nostro arrivo, abbiamo trovato la sala deserta.

postato da: sporcaestate alle ore 10:15 | | commenti