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mercoledì, 21 maggio 2008
Dopo tutto
adesso
vorrei solo sapere
che cazzo di passato
ci aspetta.
venerdì, 16 maggio 2008
Su un cartellone pubblicitario ci fosse la mia faccia
volgerebbero a nord i miei zigomi lo sguardo
verso i ghiacciai infiniti
Su un cartellone pubblicitario ci fosse la mia faccia
due pupille bidimensionali forerebbero le mura
degli uffici stanchi
degli ascensori immobili
dove oggi si realizza la ferocia della soma
degli impiegati automa degli orologi stretti
incuneati nei telefoni sopra giacche ordinarie
queste giacche ordinarie che si scuciono a vanvera
e s’invitano a cena e scoprono la lama
di una crudeltà mondana tutta assegni e dopobarba
Su un cartellone pubblicitario che profuma d’estate
ci fosse la mia faccia piscerebbero i cani
ne siamo sicuri
ma lo sguardo l’ho detto volgerebbe lontano
dove non puoi più vedere
dove non serve vedere
dove tutto si compie una volta per tutte
e non si tergiversa come qui non si lotta
per una scorza
per un frutto non proibito anzi il produttore dona
perle a cani e porci ché la scelta s’è arenata
il senso della scelta
(qualcuno intanto intoppa
e rigurgita nel brodo
qualcuno intanto intoppa
e perde l’ascensore
qualcuno inforna culi come pizze nel futuro
che brucia ed è il mio lager
brucia
e intanto
"Scurdammece ‘o passato vecchi polli ingentiliti
Scurdammece ‘o passato"
andato andato andato)
Su un cartellone pubblicitario ci fosse la mia faccia
volgerebbero a nord i miei zigomi lo sguardo
andato andato andato
altro che
global no-global
lotta sul quadrato
lunedì, 12 maggio 2008
venerdì, 21 marzo 2008
È disponibile il primo numero della rivista digitale
Giuditta.
Vi compaio con qualche poesia estratta dalla mia ultima raccolta "D'amore e di altre sevizie", e un racconto inedito: UNA FINE DEL MONDO
Marcella si trucca specchiandosi nelle vetrine dei negozi. Il cielo le scivola addosso col passare delle ore. Marcella diffonde volantini ai passanti ed ogni foglio è lo spreco di un sorriso. È così che si perde l’anima in questi giorni stupidi. Ogni tanto si prende una pausa, tira fuori dallo zaino lo specchietto per il trucco e corre verso uno dei suoi tanti riflessi. Il suo viso chiaro si sovrappone a quello del manichino oltre il vetro, Marcella ricompone a spazzole e matite i suoi zigomi e dopo, soltanto dopo, dà l’assenso a se stessa rinnovando le labbra con il rossetto. È così che tutto ricomincia daccapo. Sottobraccio un fascio di carta, le scarpe da ginnastica leggere. È così che ricomincia a sgranare sorrisi con il bianco dei denti, la pelle tirata, la vita che va, ma forse è già andata.
Marcella non sogna un amore. In queste giornate infernali di sole al massimo ripensa a un mese prima, a quando il suo ex fidanzato, stretti tutti e due dentro al separé, le ha detto che le piccole distanze che si sovrappongono invisibili fra due cuori, fra due corpi, alla fine diventano una sola, grande, immensa distanza che tutto estingue. Allora lei ha pianto, ha sentito sulla pelle quella sensazione di gelo che solo una pelle sottile può sentire. Marcella ha la pelle molto sottile, glielo hanno sempre detto tutti. Ogni pizzicotto le provoca un dolore che va dritto al centro del dentro. Ripensa a questo proprio mentre allunga il braccio verso un ragazzo che le passa davanti, e per poco il foglio non le scivola dalle dita. Allora il sorriso che viene fuori stavolta ha i contorni deboli. Il ragazzo se ne accorge e scivola via lontano, la scansa. Perché un sorriso è moneta friabile, e come una moneta ha una testa e una croce. Questa volta è stata croce, e a Marcella il foglio le è rimasto in mano. Intanto il cielo si è scurito ma già esce di nuovo il sole. Pazienza, pensa.
Fogli stampati su carta colorata, caratteri spessi, non sono poesia. Marcella lo sa. Ma prova ugualmente a fingersi che tutto questo, che questo lavoretto di merda serva a qualcosa. In fondo le piace, in questi giorni stupidi, scialacquare se stessa per ore per strada. Fra i turisti, i cappelli, le giacche, le camicie. Rinnovare il trucco ogni tanto, e ogni tanto una sigaretta.
Fogli pubblicitari su carta riciclabile, non sono poesia. Il cielo le scivola di sopra come un braccio immenso, lei è soltanto un puntino sul quale cala l’ombra, o un raggio di sole. Se piove, non vale. In quel caso Marcella resta a casa a studiare e fra le pagine ricompone gli spigoli di quel separé. Gli spigoli di quelle parole. Non sono poesia, ma vita che pressa.
La linea rossa sulle labbra non le viene sempre bene. Ogni tanto succede che la mano incomincia a tremarle. Oltre il vetro, oltre il suo riflesso, questa volta c’è un negozio di dischi. Non serve a niente la musica che viene fuori da dentro, non le piace affatto. Marcella cerca di correggere col rossetto la linea sbagliata sulle labbra, ed è allora che la faccenda si complica. S’impiastriccia di rosso, è una fine del mondo di rosso. Meglio ricominciare daccapo, pensa. Tirare un respiro profondo, la mano non tremerà più.
Ma quando Marcella specchiandosi inspira aria, inghiotte aria dalle narici fin dove si può, quando i polmoni hanno raggiunto il punto di saturazione, succede che tutti i fogli le scivolano per terra. Li ha tenuti sottobraccio sperando che no, e invece sì.
Tutti quei sorrisi finiti, per terra.
venerdì, 29 febbraio 2008
Deserta, è il luogo in cui vivo. Ho traforato tutti i miei anni qui, quasi senza avvertirlo. Deserta e dintorni, le strade provinciali, il cemento, la campagna a perdita d’occhio. Mi accorgo che questo posto mi appartiene, lascia una scia, è il mio palcoscenico.
Mi sono mosso poche volte. Ma ogni distanza, come un elastico potente, mi ha sempre riportato qui. I bar, le facce euforiche o sdegnate. L’impasto osceno di questo dialetto aspro, le parole che diventano bombe oppure sanno di rancido come esistenze andate a male.
Deserta mi vive. L’ho detestata, ho detestato il mare vicinissimo. Non ho mai detestato Lecce, il capoluogo a una ventina di chilometri – spazio che percorro ogni volta con una palla di piombo nella gola tanta la felicità di potermi perdere tra altri nodi, tra facce che finalmente sanno di niente e barocco di cartapesta. Ma Lecce è sempre stato 'altro'. La mia radice, la mia placenta, i vestiti di scena, tutta la mia vita, è Deserta.
Poca malavita, e sempre grottesca. Ogni luogo ha il crimine che si merita, e Deserta non merita granché. Non lo meritano le buche eterne nelle strade, gli zigomi di legno tarlato dei suoi abitanti. I miei concittadini sempre indaffarati, bestemmiatori di professione, professionisti commercianti e ubriaconi, ragazzini prepotenti faccia da culo. E profilattici a montagne nel quartiere popolare, panni stesi ad asciugare. E ancora tutto questo si avventa su di me come un’evidenza per troppo tempo sopita a botte di tranquillanti. Perché Deserta sembra dormire, galleggiare, morire per sempre senza mai essere morta. È questo il punto: morire Deserta senza mai essere morta. E noi con lei.
Deserta è una patina fastidiosa. La sento al mattino, appena sveglio, sorpreso ancora una volta di essere rimasto qui. Dove ogni gesto rincula su se stesso o si perde nel vento. Dove non c’è poesia che tenga, se non sbrindellata e di materia ammaccata come la realtà potente e avvilente che si è costretti a vivere. Sempre che si abbiano occhi per accorgersene. Sempre che si sia disposti a non trascurare nessun dettaglio. Le urla di qualcuno, durante le notte. Le storie d’amore costrette a ruotare ebeti e impazzite sempre sulle stesse strade, tra gli stessi quartieri. Tra le stesse facce.
Deserta si ama. Deserta si ama da sola allo specchio, è incantata di se stessa e non chiede spiegazioni a nessuno. Esiste, e tanto le basta. Prima o poi tutte queste voci mi faranno esplodere la testa, o mi porteranno via con loro nell’indistinto di un margine che è Deserta stessa. Deserta, è il margine. Fuori dal mondo, o riflesso distorto del mondo, minuscola superficie concava di cucchiaio che partecipa di qualunque immagine. Ma solo a patto di deformarla.
Deserta, non sei un luogo, ma un mostro che si finge immobile.
Deserta, sei una cataratta, vivi di vite fatte a pezzetti e già condannate.
Io schivo gli angoli delle tue strade, il giallo il bianco catarroso dei tuoi muri.
venerdì, 22 febbraio 2008
È fuori “Q.b.”, il nuovo album di Humpty Dumpty.
Liberamente scaricabile da qui –
auto-prodotto, auto-inflitto.
Pop wave deviante con testi in italiano, atmosfere corrusche tra la tenebra e lo zucchero – la contraddizione la melodia le asperità calibrate miste tutte assieme come unica cifra possibile, necessaria.
Godibilissimo e micidiale.
Un uomo e una donna che s’attardano nel proprio disastro ma intanto fischiettano – lui accigliato increspato, lei la solita illogica meraviglia.
Il duo Alessandro Calzavara-Renato Q. ha saputo assestare dal suo buco di nihil 12 garbate pugnalate al cerebro e al cardio.
Ascoltàteli, soccombete.
Gelo e mélo.
mercoledì, 06 febbraio 2008
Mare calmo.
La nostra mediocrità spinta fino al disgusto.
Quando le ho detto di essere uguale a tutti gli altri, parlavo sul serio.
Non ho niente di speciale da raccontare, solo vedo il baratro aprirsi dietro ogni gesto quotidiano. Vincenzo, tre birre in corpo già alle sette di mattina, può capire.
Apre il bar e c’è il mare calmo.
Ai bordi dell’Occidente che cola a picco.
Il tentativo di una felicità possibile fatica a celare i guasti sotto i lembi. È il tempo dei sorrisi di sfuggita.
È tempo di imparare a vivere da clandestini in regola con le leggi scritte.
Per quelle non scritte, sono già un assassino.
Vincenzo non mi crede.
Ma la verità è così banale da sembrare una menzogna priva di fantasia.
State attenti.
mercoledì, 16 gennaio 2008
Paralisi delle parole.
Quando si avrebbe bisogno di dire sentire cose inaudite.
Mentre i discorsi rotolano inutili su se stessi.
Si accartocciano umori e denti fragilissimi.
L’anemia di una generazione che nell’era della comunicazione globale autoinculantesi non ha più niente da comunicare.
Ectoplasma del pensiero, catacomba confortevole.
Sia benedetto l’ambulante che urla dal megafono clementinu lu mandarinu le mele le pere.
Almeno lui, lascia un segno nel vento.
Almeno lui
urla.
Solo, anacronistico. E per necessità.
sabato, 22 dicembre 2007
bianco come te
e rosso di sangue brillante
intorno
ci facciamo la festa
venerdì, 14 dicembre 2007
Fa freddo, finalmente.
Posso dirtelo con orgoglio.
Fine anno: l'inutilità dei bilanci.
Tanto con la testa sono sempre da un'altra parte.
Fasciato nel cappotto, mi muovo col sottofondo della musica.
Mi spaventa l'ubriachezza degli altri.
Questo tentativo umilissimo di disincarnarsi, mentre io continuo comunque a sentirmi ostinato nei nervi, nei miei odi e nel mio amore.
Fa freddo, sì.
Sono orgoglioso di ripetertelo.
Ma tu dimmi almeno se la notte del 31 dicembre
finalmente riusciremo a esplodere.
Una buona volta.
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